Steve Albini

Big Black

Steve Albini e` un critico musicale di Chicago quando decide di cimentarsi di persona sotto lo pseudonimo di Big Black. Il primo EP, Lungs (Ruthless, 1983), e` un affresco desolato dell'America della recessione. Su uno spartano battito funk-sintetizzato della rhythm-box Albini conduce sarabande grottesche con variazioni minime che ricordano tanto i Residents quanto i Public Image: la danza industriale per ritmi metallici assortiti di Live In A Hole, il mini-concerto per fuzz e distorsioni di I Can Be Dead, la piu` violenta e sincopata Crack e su tutto la marcia funerea di Dead Billy, con canto omicida, filtrato e riverberato, e liriche da brivido. L'accompagnamento sono praticamente soltanto la chitarra scordata e l'umile rhythm-box artigianale di Albini stesso.

Per il secondo EP, Bulldozer (Ruthless, 1984), in seguito unito al precedente su Hammer Party (Homestead, 1986), Albini assume un chitarrista (Santiago Durango) e un bassista (Dave Riley) e trasforma quel funk androide in canzoni disco-rap al tritolo. Se le forme base rimangono il funk omicida di Pigeon Kill, ancora su cadenze industriali, e la cupa ballata robotica a ritmi cingolati di Jump The Climb, Albini sembra anche voler sperimentare un uso innovativo degli strumenti in costrutti armonici convenzionali, come dimostrano la "slam dance" assatanata di Texas, a passo di tamburo in crescendo, e l'incalzante tribalismo di Cables, con assoli stridentissimi di chitarra alla Mayo Thompson. Un primo maturo risultato e` I'm A Mess, sorta di voodoobilly demoniaco alla Alan Vega. Le liriche sono le piu` violente, volgari, criminali, naziste, razziste, omofobiche. Il tono generale di tribalismo ossianico e di rituali osceni apre nuove frontiere al "funk-punk" d'autore dei Killing Joke.

Il loro funk industriale si consolida sul terzo EP, Racer-X (Homestead, 1984) Albini vi completa la sua mutazione in Ugly American e si proclama "I'm God's gift to women". L'ultima prova preparatoria e` il 45 giri Il Duce, dedicato a Mussolini.

Kerosene

Su Atomizer (Homestead, 1986) quello stile selvaggio e repellente diventa un diluvio di cannonate che traspone la violenza e la frenesia del piu` devastante hardcore e la spaventosa forza d'urto dell'heavy metal piu` macabro e criminale in un caos stordente di poliritmi brutali e orge cacofoniche alla Chrome.
Nell'epilessi tuonante di Jordan Minnesota il ritmo industriale viene propulso a velocita` supersonica e squarciato prima da urla di guerra pellerossa e poi da scudisciate di chitarra distorta, con improvvise fratture di tempo che accentuano l'atmosfera di suspence. La galoppata sfrenata di Passing Complexion e` ottenuta con un violento effetto elettronico ripetuto in maniera psicotica, mentre Albini delira feroce e logorroico, la chitarra viene torturata maniacalmente e la rhythm-box mitraglia un secondo rapidissimo battito meccanico. La vertiginosa danza tzigana della chitarra in Big Money introduce il martellante refrain di Kerosene. Questo, che rimarra` il suo capolavoro, e` un concentrato paranoico e caotico di percussioni metalliche, linee di basso funky, ritmi cingolati, megawatt scorticati e feedback assordanti che accumula tensione e climax fino ad esplodere nel vibrante trillo da lama d'alluminio del ritornello alla Joy Division, mentre Albini urla "set me on fire" con il tono di una Giovanna d'Arco del punk e le chitarre strillano in fiamme d'agonia; per poi riprendere da capo nel piu` infernale e sincopato clangore.
Non meno apocalittica, Bad Houses e` scossa da tremendi colpi che risuonano come campane a morto, e lacerata da un cupo motivo di chitarre. Una scia di feedback da jet supersonico lancia l'ossessivo riff di chitarra a ritmo cingolato di Fists Of Love, un altro dei vertici dementi del suo rock al plastico. In Brani come Stinking Drunk gli stati mentali piu` allucinati vengono riprodotti da riff abnormi ed immani, scagliati contro un muro di poliritmi risonanti; una figura tenebrosa ripetuta dal basso rifinisce poi l'atmosfera di terrore. Albini genera i brani sovrapponendo pochi ma assordanti idee di come fare rumore in rock, ciascuna esasperata da una brutalita` disumana e dal contrappunto con le altre. La travolgente cadenza da locomotiva di Bazooka Joe, per esempio, e` rinforzata da una serie di potenti e dirompenti pattern di chitarra. Albini tende a sfruttare idee semplici, come i feedback e i clangori industriali, ma e` meno barbaro e ovvio di quanto sembri: a propellere Strange Things sono il minimalismo alla Branca delle chitarre e il clapping.
Il clima claustrofobico creato dalla musica sottende depravazione, nichilismo, crimine. Una galleria di bruti, piromani, macellai, voyeur si fa largo nell'altrettanto mostruoso tornado di cacofonie sub-umane, vocalizzi infernali e tribalismi primordiali.

Songs About Fucking

L'EP Headache (Touch And Go, 1987) segna un passo indietro: My Disco, concerto per detonazioni in cascata, comizi di voce metallica e fendenti di chitarre scordate, Grinder, sorta di monumentale heavy metal iterato con ferocia minimalista, e soprattutto Readymen, una ballata a ritmo frenetico immersa in un tornado continuo di distorsioni chitarristiche, trasformano l'arduo metodo in "maniera" piu` banale.

L'album Songs About Fucking (Touch And Go, 1987) non annovera cosi` un capolavoro come Kerosene. Il suono e` meno poliritmico e piu` abrasivo. A dominare e` il timbro stridulo e metallico della chitarra di Albini. Attenuato l'impeto dinamitardo, L DOPA, dove metallurgie di fabbrica si fondono al thrash punk, e Precious Thing, un horror-funk esagitato, si rifanno ai modelli inglesi di Gang Of Four e Public Image. Quando quel chitarrismo sfrenatamente stonato si incrocia alle evoluzioni del basso, prominente e sempre mobilissimo, scaturiscono rock and roll d'impatto esplosivo come Colombian Necktie. Il basso domina con i suoi gargarismi geometrici la danza industriale di Kitty Empire. Le percussioni dilaniano invece Ergot, prima con ritmo da samba delle palafitte e poi con il solito clangore da fondo scala. Ancora devastanti cadenze da mezzo cingolato in Kasimir, riff di scordature disumane in Fish Fry e atmosfere apocalittiche alla Joy Division in Tiny King Of The Jews. L'album testimonia l'intenzione di progredire verso una canzone "rap-funk-punk" piu` ragionevole, ma Albini decreta la fine dell'esperienza Big Black.

Rapeman

Con Rey Washam e David Sims degli Scratch Acid, Albini da` subito vita ai Rapeman, volgari e degenerati rocker-spazzatura. Abbandonati i ritmi sintetici, ma non gli atteggiamenti provocanti, Albini si affida al suono tagliente della sua chitarra e conia una personale maniera naif e dissonante del garage-rock, prima sull'EP Budd (Touch And Go, 1988), con la catalessi metallica e lisergica (alla Sonic Youth) di Budd, il baccanale orgiastico iper-dissonante di Superpussy e il muro di distorsioni cingolate di Dutch Courage (sempre con una violenza spaventosamente monumentale e torbide liriche urlate a squarciagola), poi sull'album Two Nuns And A Pack Mule (Touch And Go, 1989), un concerto per scordature metalliche assordanti di chitarra, poliritmi martellanti e urla sgolate, un tripudio degli istinti selvaggi che dal tribalismo barbaro di Kim Gordon e di Marmoset attraverso le torrenziali eruzioni di Steak And Black Onions, Upbeat e Hated Chinese porta ai riff azzannanti di Coition Ignition Mission e Radar Love Lizard.

Dedito a una cronaca orrifica della violenza perversa della vita di provincia e dell'olocausto latente, Albini forgia un folk dell'era nucleare attingendo al delirio sconnesso di Nick Cave, al trovadorado elettronico di Alan Vega, alle melodie cadaveriche dei Joy Division, ai pandemoni sincopati del Pop Group, alla psichedelia demenziale di Mayo Thompson e a tante altre voci intransigenti, profane e trasgressive del rock. Ma fra le sue fonti di ispirazione occorre certamente aggiungere anche i discorsi di Adolf Hitler e i panzer della Wermacht, e, in generale, tutta un'inquietante iconografia para-nazista.

Shellac

Steve Albini (classe 1962, Pasadena, California, figlio di immigrati torinesi), il leggendario leader di Big Black e Rapeman, con i quali aveva realizzato alcuni dei capolavori della musica rock, si era ritirato dalle scene in segno di protesta contro l'industria discografica, limitandosi all'attivita` discografica. Nel 1994 ritorna sulle scene alla testa dei Shellac, ovvero Todd Trainer (dei Rifle Sport) e Bob Weston (ex Volcano Suns). I singoli Uranus e Rude Gesture preludono all'album del 1994 At Action Park (Touch & Go).
Per chi si fosse dimenticato il sound abrasivo e catastrofico dei Big Black, progenitore del noise-rock di oggi, bastera` l'attacco dissonante di chitarra di Black Ass a rimettere le cose a posto: per una decina di secondi Albini tritura senza pieta` lo strumento, come il peggiore dei macellai, con una serie di scosse sismiche da fine del mondo. Il tono, alterato e affannato, del racconto che segue e` un po' il tono di tutto il disco, percorso da un'angoscia terribile, dinamitato dagli spasimi atroci di un'anima in pena, svenato da un continuo collasso cardiopsichico.
Tutt'altra cosa e` lo strumentale Pull The Cup, in cui le asprezze del sound vengono mitigate da uno svolgimento lineare e incalzante, che ricorda le suite del progressive-rock, con persino un tema melodico che affiora dalle sgraziate deambulazioni di Albini. Anche A Minute, all'insegna di un boogie mal mimetizzato, comprime tutta l'energia di cui sono capaci questi tre terroristi del rock in un formato piu` accessibile.

Sono in effetti le magistrali doti "sceniche", di "regista", del genio di Missoula che conferiscono ai brani il loro potere suggestivo, la loro carica di pathos. Esemplare come, dopo una lunga fase di suspence creata da un folle tribalismo di Todd Trainer, le scudisciate in cascata della chitarra squartino Crow, creando un irresistibile crescendo emotivo, e come un gelido minimalismo apra la coda, per farla esplodere in un groppo di accordi e urla drammatici. Scavando fra le pause, disarticolando il suono in maniera quasi cubista, in brani come Dog And Pony Show, che sono accumuli disordinati di frammenti musicali, Albini riesce a produrre stati mentali che sono prima di tutto stati di allucinazione. E la recitazione a mezza voce di The Idea Of North non appartiene forse piu` al teatro che alla musica? Non mi stupirei se da grande Albini scrivesse un'opera.
Uno strimpellio stridulo e febbrile funky e samba funge da ouverture per il riff monotono che accompagna il delirio di Song Of The Minerals: qualche ottava piu` sotto, una ritmica leggermente piu` ordinata, e saremmo in area Pere Ubu, a testimoniare che esiste una linea genealogica del rock demenziale.
Il disco si chiude con un altro brano prevalentemente strumentale, Il Porno Star, questa volta un tributo un po' astratto all'abilita` strumentale del trio, indubbiamente degno dei jamming piu` creativi tentati in ambito rock. E' il brano che toglie gli ultimi dubbi: il nuovo sound di Albini e` lontano dalle atmosfere claustrofobiche dei Big Black e dei Rapeman, confina con quello delle nuove generazioni di artisti del rumore, siano essi gli Unsane o i Don Caballero, l'importante e` che facciano rumore, e rumore cattivo.
La performance spettacolare del trio, che si trastulla con fasi di jamming sempre piu` acrobatico, con armonie sempre piu` ciclopiche, con accordi sempre piu` apocalittici, fa di questo disco anche un testamento dello stato dell'arte della musica rock negli anni '90.
Tutto assordante, scomposto, fuori misura, ma al tempo stesso calcolatissimo nelle sue minime mosse, questo disco nasconde la personalita` luciferina di Albini dietro un sipario di nero assoluto. Albini e` forse l'unico musicista rock che possa rendere il senso dell'assoluto moderno, non quello etereo e metafisico dei filosofi greci, ma quello torvo e perverso con cui si confrontano le ansie del nostro ateo evo.
Per chi crede che la musica sia innanzitutto una metafora, questo disco va promosso a inno del terzo millennio.